Parole di giovani morti

Novembre 7, 2008

E’ finito il comunismo,
incapace forse di svolgere il
ruolo che la storia gli aveva
assegnato, ma non i poveri,
‘e muort ‘e famme.
E qualcuno dovrà pure
prendere in mano la loro bandiera,
occuparsi di loro,
accorgersi della loro vita.

Massimo Troisi

Il nuovo fascismo non distingue più:
non è umanisticamente retorico,
è americanamente pragmatico.
Il suo fine è la riorganizzazione e
l’omologazione brutalmente
totalitaria del mondo.

Pier Paolo Pasolini

Non vi nego che sono molto stanco; molto.

Ho sempre detto che il primo confine che una donna, o un uomo, deve attraversare (in teatro questo si manifesta come qualcosa di fisico ed ineluttabile) è il confine tra il se ed il se.

Quel confine simile alla pelle che separa lo spazio pubblico di se dallo spazio intimo, privato se lo si vuole come tale, lo spazio casa.

Uno di questi due spazi in cui vivo, in cui sono vivo potrei dire, ha voglia dit ranquillità, pacatezza, buona musica, libri, pennellate, caffè fortissimi, rilfessioni appunti; una parte di me, posso ammetterlo perchè è un diritto di cui ho imparato a non vergognarmi, ha voglia di tranquillità. Non stabilità, non la sento mia, ma tranquillità.

L’altra parte ha voglia di una azione oltre il limite, oltre i modi convenuti, oltre ciò che è ritenuto opportuno, oltre l’intelletto, una azione oltre.

Questo sentimento mi nasce ogni qualvolta mi sento impotente come risposta alternativa alla depressione.

So, in qualche parte di me, che se agisco non mi deprimo. Soprattutto quando non conosco l’azione che dovrei compiere.

In questi giorni mi risale alla gola la voglia di agire che ha tinteggiato tutta la mia adolescenza, ed ogni qualvolta nella mia vita, mi sia sentito adolescente.

Quando non sono nella mia intimità mi sento solo e spaesato; non esistono valori in questo mondo che sento di condividere.

Mi fa ribrezzo una parte della comunità umana a cui appartengo, per il pensiero che viene espresso; mi fa ribrezzo l’altra parte di questa stessa comunità unama, a cui appartengo forse ancora di più, perchè ha smesso il naturale uso dell’incazzarsi davanti a certe manifestazioni di pensieri rettali.

Quindi, di conseguenza, per legittimità, non posso fare a meno che provare ribrezzo anche per me.

Per questa voglia di agire che non si esprime, perchè per sua pulsione supererebbe quella soglia da me stesso messa a me stesso, che ciamo non violenza.

Si. La natura del sentimento che provo, è violento, purtroppo.

L’equilibrio, che mi consente ancora di tracciare un limite morale tra ciò che ritengo assomigliarmi e ciò che mi snaturerebbe, è dovuto alla mia intimità.

La mia intimità pacifica, in questo momento, si equilibria con la mia esteriorità violenta.

Questo baricentro, però, sta ondeggianto, sta dondolando, sta scivolando altrove. Sta entrandomi dentro.

La rabbia sta infilandosi in corpo. Anche nelle pagine dei libri, nei miei appunti sul sacro, sul requiem, nell’Apologia che sto rileggendo, nei Minima Moralia che sto riscoprendo, trovo…cerco…tracce conforto per questa mia rabbia violenta.

Cerco non volendo, cerco spontaneamnente, la mia natura più che io stesso cerca, giustificazione.

Giustificazione che possa portare a cambiare gli equilibri. Giustificazione per una azione che per adesso reputo ingiustificabile.

Sono tra quelli che, in questi giorni, invoco Resistenza.

Ci sarebbe bisogno di nuovi Partigiani.

Ci sarebbe bisogno, con l’esempio, di tornare a rendere la questione sociale una questione privata o la questione privata una questione sociale.

Mescolare la vita di uomo con la vita degli uomini.

Che giustifiazione trovarono i partigiani della resistenza italiana; in quale polenta di castagne, in quale bicicletta, in quale grumo di sangue, in quale inno, in quale parola monca, in quale passo biblico, in quale libretto rosso trovarono la loro giustificazione armata.

Non sono ancora pronto, però. Io non lo sono ancora.

Per mia fortuna cerco ancora giustificazioni.

Non so se sperare che questa dittatura finisca, o che diventi più evidente.

Da una parte saremmo sereni, dall’altra molti di noi troverebbero i loro motivi d’azione.

Si, perchè questo pezzo del 1963, mi suona in mente da stamani.

Me lo suono quindi, e ve lo do da rileggere.

Cara Maestra

Cara maestra, un giorno m’insegnavi
che a questo mondo noi, noi siamo tutti uguali;
ma quando entrava in classe il Direttore
tu ci facevi alzare tutti in piedi,
e quando entrava in classe il bidello
ci permettevi di restar seduti…

Mio buon curato, dicevi che la chiesa
è la casa dei poveri, della povera gente;
però hai rivestito la tua chiesa
di tende d’oro e marmi colorati;
come può adesso un povero che entra
sentirsi come fosse a casa sua?…

Egregio sindaco, m’hanno detto che un giorno
tu gridavi alla gente: Vincere o morire!
Ora vorrei sapere come mai
vinto non hai eppure non sei morto,
e al posto tuo è morta tanta gente
che non voleva né vincere né morire…

ci sarebbe bisogno

Ottobre 20, 2008

“Il berasgliere ha molte penne

l’alpino ne ha una sola

il partigiano non ne ha nessuna

e va sui monti a guerreggiare…”

Parole non mie

Maggio 30, 2008

Una manciata di parole non mie, ma migliori delle mie, per descrivere un tempo-pensiero che è la mia quotidianeità, ma che per molti dev’essere considerato un passato, un passato recente, ma un passato.

“Prima, vennero a prendere i comunisti, e non dissi nulla perché non ero comunista. Poi, portarono via gli ebrei, e rimasi in silenzio perché non ero ebreo. Dopo, arrestarono i sindacalisti, ma tenni la bocca chiusa perché non ero sindacalista. Alla fine, vennero a prendere me, ma non c’era più nessuno che potesse dire qualcosa.”

« First they came for the Communists, and I didn’t speak up, because I wasn’t a Communist. Then they came for the Jews, and I didn’t speak up, because I wasn’t a Jew. Then they came for the Catholics, and I didn’t speak up, because I was a Protestant. Then they came for me, and by that time there was no one left to speak up for me. »

Martin Niemoeller
(1945)

“Dimenticare significa perdere l’eredità di una lotta che è ancora inconclusa. Non dimenticare obbliga a comprendere, a smascherare, a continuare quella lotta. Per combattere questo nuovo fascismo non ci saranno i vostri nonni, o i padri dei vostri nonni. Affrontarlo toccherà a voi”

PARTIGIANO “FOCO”

«Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri».

Don Milani

L’unica possibile?

Aprile 19, 2008

« Ogni qualvolta una teoria ti sembra essere l’unica possibile,

prendilo come un segno che non hai capito

né la teoria né il problema che si intendeva risolvere. »

(Karl Popper, Conoscenza oggettiva:
un punto di vista evoluzionistico.)

e se questa cosa qua valesse anche per la democrazia?

Anarchia arrossita.

Marzo 14, 2008

Infondo vi capisco, quando storcete il naso, mentre parlo di Anarchia.

Anche io sono cresciuto, figlio di questo secolo, in un paese di figli di questo secolo, in cui, infondo, Anarchia non è mai stata una parola buona.

La si invoca per disperazione, la si invoca per paura che arrivi, la si invoca come realtà poco auspicabile.

Infondo, non è mai stata un realtà.

Eppure, di tanto in tanto, mi trovo ad ammettere a me stesso che, tra me e questa Anarchia, c’è una forma di appartenenza.

Gli assomiglio. Gli assomiglia il mio pensiero. Gli assomiglia il mio non considerare più, la democrazia, come uno strumento di convivenza tra individui.

Anzi. Forse comincio a considerare, la democrazia, come il più imperfetto, il più utopistico, il più irrazionale.

E più si distanzia il mio pensiero politico dalla democrazia, più si avvicina all’anarchia.

Qualche volta, come dicevo, mi sento imbarazzato da me stesso nel pensarmi anarchico.

Sono figlio di questo secolo.

Forse sono un anarchico che arrosisce.