Parole di giovani morti

Novembre 7, 2008

E’ finito il comunismo,
incapace forse di svolgere il
ruolo che la storia gli aveva
assegnato, ma non i poveri,
‘e muort ‘e famme.
E qualcuno dovrà pure
prendere in mano la loro bandiera,
occuparsi di loro,
accorgersi della loro vita.

Massimo Troisi

Il nuovo fascismo non distingue più:
non è umanisticamente retorico,
è americanamente pragmatico.
Il suo fine è la riorganizzazione e
l’omologazione brutalmente
totalitaria del mondo.

Pier Paolo Pasolini

Si, perchè questo pezzo del 1963, mi suona in mente da stamani.

Me lo suono quindi, e ve lo do da rileggere.

Cara Maestra

Cara maestra, un giorno m’insegnavi
che a questo mondo noi, noi siamo tutti uguali;
ma quando entrava in classe il Direttore
tu ci facevi alzare tutti in piedi,
e quando entrava in classe il bidello
ci permettevi di restar seduti…

Mio buon curato, dicevi che la chiesa
è la casa dei poveri, della povera gente;
però hai rivestito la tua chiesa
di tende d’oro e marmi colorati;
come può adesso un povero che entra
sentirsi come fosse a casa sua?…

Egregio sindaco, m’hanno detto che un giorno
tu gridavi alla gente: Vincere o morire!
Ora vorrei sapere come mai
vinto non hai eppure non sei morto,
e al posto tuo è morta tanta gente
che non voleva né vincere né morire…

Parole non mie

Maggio 30, 2008

Una manciata di parole non mie, ma migliori delle mie, per descrivere un tempo-pensiero che è la mia quotidianeità, ma che per molti dev’essere considerato un passato, un passato recente, ma un passato.

“Prima, vennero a prendere i comunisti, e non dissi nulla perché non ero comunista. Poi, portarono via gli ebrei, e rimasi in silenzio perché non ero ebreo. Dopo, arrestarono i sindacalisti, ma tenni la bocca chiusa perché non ero sindacalista. Alla fine, vennero a prendere me, ma non c’era più nessuno che potesse dire qualcosa.”

« First they came for the Communists, and I didn’t speak up, because I wasn’t a Communist. Then they came for the Jews, and I didn’t speak up, because I wasn’t a Jew. Then they came for the Catholics, and I didn’t speak up, because I was a Protestant. Then they came for me, and by that time there was no one left to speak up for me. »

Martin Niemoeller
(1945)

“Dimenticare significa perdere l’eredità di una lotta che è ancora inconclusa. Non dimenticare obbliga a comprendere, a smascherare, a continuare quella lotta. Per combattere questo nuovo fascismo non ci saranno i vostri nonni, o i padri dei vostri nonni. Affrontarlo toccherà a voi”

PARTIGIANO “FOCO”

«Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri».

Don Milani

Oreste Fernando Nannetti

Febbraio 18, 2008

(Post amarcord scritto il 9 dicembre del 2006 sul mio vecchio blog)

Durante i primi dodici anni della sua permanenza in manicomio, Oreste Fernando Nannetti  ha decorato le pareti esterne di uno dei padiglioni del manicomio con un lungo graffito in forma di libro, fatto di pagine alte quasi due metri e di varia larghezza.

Il suo libro, in cui narra di una storia e di una geografia, di una chimica e di una astronomia chiaramente parallele alla nostra, in cui periodicamente lui stesso appare.

Per anni studiosi si sono interrogati sul senso di quelle scritte, fino a riconoscerne un alfabeto unico e nuovo, a tratti fonetico (come il ostro) a tratti simbolico.
La cosa che li stupiva maggiormente era le goegrafia di quei graffiti.
In alcuni punti salivano e scendevano, come a formare delle onde.
Si sono interrogati anche sul senso di questo.
Dopo circa dodici anni di internamento (dei 20 circa che ne hanno causato la morte) alcuni medici si sono decisi a chiedere allo stesso Oreste il pechè di quelle strane curve.
Oreste, che nel parlare dei suoi graffiti riconosceva nel loro autore un suo doppio (NOF4), diede una semplice spiegazione.
Il suo enrome graffito, aveva quella forma, perchè non se la sentiva di chiedere agli altri internati di spostaresi dalle pareti, a cui erano appoggiati, a farsi scaldare dal sole.
Mi hanno raccontato questa storia mentre leggevo Artaud. Sono andato a vedere quel che resta di quei graffiti, e mi semrbava di vedere Artoad là.
Mi sembrava di poter leggere i suoi manoscritti.
La follia è atavica.
Il suo linguaggio è più vecchio delle pieghe delle nostre mani.
La follia è una delle cose più umane che conosca.
Anche laddove non c’è qualcuno che ti riconosca come folle, puoi trovare in te, segni, tracce, linguaggi emotivi che gli appartengono; ed in lei segni, tracce, linguaggi che appartengono a te.

In questi giorni un dubbio miscuglio di schiume pre-elettorali ha dato il via, con negletta referenza, ad una cosa chiamata “rosa bianca”.

Volevano un fiore, e volevano un colore…come se non ce ne fosse già abbastanza di colori in tinta bianco, in Italia.

Ovviamente, il loro “riferimento culturale” sarà stato il gruppo di studenti cristiani Die Weiße Rose (La rosa bianca, appunto) che che cercarono di opporsi in modo nonviolento al regime della Germania nazista, fino ad essere decapitati pochi anni dopo, tutti, in massa.

Ma, ignavia stupida, la storia era diversa da quella italiana, i pericoli erano diversi, gli attori erano diversi; tanto sì che ci ricordiamo il nome con una certa malinconia, mentre forse altro sarebbe il sentimento, tra cinquanta anni, per una eventuale decapitazione di questo nuovo momento politico.

Solo due righe per ricordarmi che questo nome, a cui la storia ha dato tanti significati, è anche legata una delle più belle canzoni di Sergio Endrigo.

“La rosa bianca” è una meravigliosa canzone, poco conosciuta, della faccia politica e comunista di Endrigo, ispirata da una poesia del cubano Josè Martì.
“Coltivo una rosa bianca – dice la canzone, anche questa bellissima e poco conosciuta – in luglio come in gennaio, per l’amico sincero che mi dà la sua mano franca. Per chi mi vuol male e mi stanca questo cuore con cui vivo, cardi né ortiche coltivo. Coltivo una rosa bianca”.

Vorrei ricordare ai politici di oggi, quanto possa portar sciagura, a noi e non a loro di certo, darsi un nome di cui non si è degni.

Non userò troppe parole per un uomo che, proprio le proprie parole, sapeva misurarle, ed allo stesso tempo, sapeva infilarle nel posto giusto.

Però, quando la notizia della morte di Enzo Biagi è arrivata, mi sono commosso.

E’ vero; il suo “il fatto” ha contato molto nelle mie scelte personali, a metà degli anni ‘90, ma non credo sia quello il motivo.

Nulla di così personale.

La sua presenza, anche quando era negata alla massa però, mi rasserenava; credo rasserenasse molti.

La voce di qualcuno che parlava da fuori, senza chiamarsi fuori.

Per questo lo inserisco nella mia voce “maestri”.

Un maestro da cui non ho saputo imparare la lezione fondamentale.

E questo, invece, lo metterò nei buoni propositi per l’anno nuovo.

Ha saputo farci bene anche nel suo ultimo giorno qui nel mondo, con le parole della figlia, che ci ha ricordato che “non ha smesso mai di essere un partigiano”; e dio solo sa, in questi tempi che dimenticano loro stessi, quanto ci faccia bene sentircelo dire che “uno come lui era un partigiano”.