Cerco giustificazioni per una resistenza.
Novembre 1, 2008
Non vi nego che sono molto stanco; molto.
Ho sempre detto che il primo confine che una donna, o un uomo, deve attraversare (in teatro questo si manifesta come qualcosa di fisico ed ineluttabile) è il confine tra il se ed il se.
Quel confine simile alla pelle che separa lo spazio pubblico di se dallo spazio intimo, privato se lo si vuole come tale, lo spazio casa.
Uno di questi due spazi in cui vivo, in cui sono vivo potrei dire, ha voglia dit ranquillità, pacatezza, buona musica, libri, pennellate, caffè fortissimi, rilfessioni appunti; una parte di me, posso ammetterlo perchè è un diritto di cui ho imparato a non vergognarmi, ha voglia di tranquillità. Non stabilità, non la sento mia, ma tranquillità.
L’altra parte ha voglia di una azione oltre il limite, oltre i modi convenuti, oltre ciò che è ritenuto opportuno, oltre l’intelletto, una azione oltre.
Questo sentimento mi nasce ogni qualvolta mi sento impotente come risposta alternativa alla depressione.
So, in qualche parte di me, che se agisco non mi deprimo. Soprattutto quando non conosco l’azione che dovrei compiere.
In questi giorni mi risale alla gola la voglia di agire che ha tinteggiato tutta la mia adolescenza, ed ogni qualvolta nella mia vita, mi sia sentito adolescente.
Quando non sono nella mia intimità mi sento solo e spaesato; non esistono valori in questo mondo che sento di condividere.
Mi fa ribrezzo una parte della comunità umana a cui appartengo, per il pensiero che viene espresso; mi fa ribrezzo l’altra parte di questa stessa comunità unama, a cui appartengo forse ancora di più, perchè ha smesso il naturale uso dell’incazzarsi davanti a certe manifestazioni di pensieri rettali.
Quindi, di conseguenza, per legittimità, non posso fare a meno che provare ribrezzo anche per me.
Per questa voglia di agire che non si esprime, perchè per sua pulsione supererebbe quella soglia da me stesso messa a me stesso, che ciamo non violenza.
Si. La natura del sentimento che provo, è violento, purtroppo.
L’equilibrio, che mi consente ancora di tracciare un limite morale tra ciò che ritengo assomigliarmi e ciò che mi snaturerebbe, è dovuto alla mia intimità.
La mia intimità pacifica, in questo momento, si equilibria con la mia esteriorità violenta.
Questo baricentro, però, sta ondeggianto, sta dondolando, sta scivolando altrove. Sta entrandomi dentro.
La rabbia sta infilandosi in corpo. Anche nelle pagine dei libri, nei miei appunti sul sacro, sul requiem, nell’Apologia che sto rileggendo, nei Minima Moralia che sto riscoprendo, trovo…cerco…tracce conforto per questa mia rabbia violenta.
Cerco non volendo, cerco spontaneamnente, la mia natura più che io stesso cerca, giustificazione.
Giustificazione che possa portare a cambiare gli equilibri. Giustificazione per una azione che per adesso reputo ingiustificabile.
Sono tra quelli che, in questi giorni, invoco Resistenza.
Ci sarebbe bisogno di nuovi Partigiani.
Ci sarebbe bisogno, con l’esempio, di tornare a rendere la questione sociale una questione privata o la questione privata una questione sociale.
Mescolare la vita di uomo con la vita degli uomini.
Che giustifiazione trovarono i partigiani della resistenza italiana; in quale polenta di castagne, in quale bicicletta, in quale grumo di sangue, in quale inno, in quale parola monca, in quale passo biblico, in quale libretto rosso trovarono la loro giustificazione armata.
Non sono ancora pronto, però. Io non lo sono ancora.
Per mia fortuna cerco ancora giustificazioni.
Non so se sperare che questa dittatura finisca, o che diventi più evidente.
Da una parte saremmo sereni, dall’altra molti di noi troverebbero i loro motivi d’azione.