Cretini

settembre 28, 2009

Essere cretini è non comprendere che una cosa, benchè risponda a dei criteri di logica, possa non appartenere alla realtà.

Diventati abili con la logica, abbiamo preteso di porla al di sopra di tutto; l’abbiamo utilizzata per creare un nuovo universo non reale, ma logico.
Poi, a questo universo logico, ci siamo abituati, ci siamo strutturati su di esso, ad esso e solo ad essso facciamo riferimento.

E la realtà delle cose?
Che fine ha fatto la realtà delle cose?

Requiem

aprile 30, 2009



IMaurizio Costantini, inserito originariamente da Francesco Chiantese.

Le prime tre giornate, questa “prima nazionale” tripartita, del Requiem Popolare sono andate molto bene.

Soprattutto si vedono i frutti di un rapido affiatamento del piccolo gruppo di lavoro.

Sto ancora ragionando sul “cosa è accaduto”, per adesso però sono felic che “sia accaduto”.

In questa foto scattata da me Maurizio Costantini in un momento delle prove nella Chiesa di San Simeone a Rocca d’Orcia.

Indagine

gennaio 24, 2009

Alcuni, in questi giorni, mi hanno posto la domanda “come mai ti stai ancora occupando dei partigiani?”. Gli amici, si sa, o comunque coloro che si interessano a te, anche in momento fugace, ti costringono spesso a porti domande che, forse, non ti sei posto fino in fondo.

Esiste sicuramenteuna necessità sociale, politica, che mi sta facendo lavorare a Requiem popolare; e questa può essere una evidente prima risposta, evidente, talmente evidente, che questa risposta già la sapevo.

C’è una seconda risposta, invece, a cui sono arrivato soltanto oggi, nel viaggio di ritorno di una giornata difficile.

Esiste sempre, in questo nostro mestiere, la necessità di indagarci, di scoprire, da capirsi, e di capire; forse, indago quegli anni, quegli eventi, quelle scelte per dedurre cose sulla mia vita, sulla mia personalità.

Cosa avrei fatto io? Come avrei reagito io? Cosa avrei sentito io? Ed anche, da che parte sarei stato io? Capire i vinti ed i vincitori, spesso, aiuta a capirsi.

Cosa avrei fatto io? quale sarebbe stato il mio ruolo, la mia resistenza, il mio lato della linea gotica?

Il teatro, nel suo essere gioco, ti permette anche questo; e forse, questa seconda risposta, mi è più necessaria della prima.

Sono in attesa della terza.

In un sistema più democratico del nostro, vige un assioma fondamentale.

Ciascuno partecipa al gioco delle cose con la propria identità, il proprio rispettabile pernsiero.

In un sistema più democratico del nostro, vige un assioma fondamentale.

Partecipare vuol dire fare di tutto affinchè la propria identità sia “maggioranza”, ma anche essere disposti a vivere con coerenza il proprio ruolo di “minoranza”.

In un sistema più democratico del nostro la gerarchia ecclesiastica avrebbe da tempo accettato il suo ruolo di minoranza.

I cattolici, in Italia, nella pratica sono una decisa minoranza.

Per cattolico, e parlo con la voce di chi cattolico è stato, si dovrebbe intendere chi vive un quotidiano rapporto con tale religione.

Chiese vuote, associazioni cattoliche in crisi, seminari vuoti.

Questa è la realtà di questa parte di Italia.

Eppure si presume ancora che la religione cattolica sia cosa che riguarda l’ottanta per cento dei nostri connazionali.

La CEI, infatti, conta ancora i cattolici contando i battesimi.

In uno stato in cui la maggiore età, e quindi la pienezza dei diritti elettorali, si raggiunge ai 18 anni (non tutti, alcuni si ottengono ai 21 anni) si pretende di “contare” il proprio peso politico a partire da un rito che si compie quando si è in fasce.

Il rito del battesimo, infatti, va profondamente chiarito; non nei termini sacri, perchè la cosa non ci riguarda, ma per quel che riguarda l’aspetto burocratico.

Essere battezzati vuol dire anche, causa concordato, essere iscritti a dei registri del tutto legali in cui il proprio nome è iscritto perennemente tra quello dei cattolici: in parole povere se sei stato battezzato sei cattolico, per la legge italiana, per tutta la tua vita.

Essere cancellati da questo registro, che da peso politico alla gerarchia cattolica, è un impresa.

E’ possibile, personalmente ci ho provato, e sono in attesa di risposte.

Occorre farne una richiesta formale alla parrocchia di battesimo che ha il compito (sancito da diverse sentenze di cassazione) di segnare sul registro dei “cattolici” la tua volontà di essere cancellato.

Attenzione: non verrete cancellati, ma solo verranno apportate delle scritte al registro. Per avere questo, che è un proprio diritto, occorre ovviamente convincere il parroco che è legale, insistere perchè lo faccia,m minacciarlo di accuse legali, passare per “anta” raccomandate, telefonate.

Eppure si dice ancora che il battesimo sia una questione puramente “religiosa”.

Non è così.

C’è ancora una cosa che complica tutto, che è un’assurdo italiano.

L’Italia vive una anomala situazione geopolitica; all’interno del suo stato, all’interno di quel “territorio” tra il suo “popolo” assieme agli elementi fondamentali dell’essere stato convive una monarchia.

Una monarchia o, a voler essere precisi, una monarchia teocratica.

Lo stato di Città del Vaticano.

La nostra democrazia è cresciuta accettando, in nome di una certa tradizione, questa copresenza.

Questa non è soltanto una “anomalia”, ma un vero e proprio cancro dell’istituzione repubblicana.

Non fraintendetemi.

Chiunque per me ha il diritto sacrosanto di professare la propria fede; salvo che questa fede ostacoli la stessa libertà degli altri.

Ora. In una democrazia migliore della nostra, la maggioranza dovrebbe essere una maggioranza, e una minoranza dovrebbe vivere il suo ruolo di minoranza.

La maggioranza italiana, in questo momento (lo dicono le statistiche, non io) è composta da una varietà estremamente eterogenea di “credo”; si va dal cattolico, al protestante, all’ateo, al musulmano, all’ebreo, all’indifferente.

Eppure, in Italia, si procede ancora come se la religione cattolica fosse la religione di stato, o come se fosse rappresentativa della maggioranza del nostro stato.

Non mi riconosco nel crocifisso, eppure sono costretto in tribunale ad essere giudicato sotto la sua effige, sono costretto a studiare sotto la sua effige, sono costretto ad essere curato sotto la sua effige.

Non parlo ovviamente dei meravigliosi templi cattolici che riempiono le nostre città e che ne rappresentano “storia e trdizione”.

Parlo di quei crocifissi di plastica e legno che rappresentano, per la maggioranza reale del nostro paese, al più un simbolo verso cui si è indifferenti, nel peggiore dei casi un simbolo da cui sono stati perseguitati negli anni.

In una democrazia più democratica della nostra le pareti delle strutture statali, sedi dei nostri diritti e doveri di cittadini, sarebbero spoglie da simboli che rappresentano una parte, una piccola parte.

In una democrazia più democratica della nostra, ciascuno stato avrebbe i propri cittadini; ciascuna religione si occuperebbe dei propri fedeli, quelli reali.

Probabilmente i templi sarebbero più pieni.

Le nostre pareti più democratiche.

Parole di giovani morti

novembre 7, 2008

E’ finito il comunismo,
incapace forse di svolgere il
ruolo che la storia gli aveva
assegnato, ma non i poveri,
‘e muort ‘e famme.
E qualcuno dovrà pure
prendere in mano la loro bandiera,
occuparsi di loro,
accorgersi della loro vita.

Massimo Troisi

Il nuovo fascismo non distingue più:
non è umanisticamente retorico,
è americanamente pragmatico.
Il suo fine è la riorganizzazione e
l’omologazione brutalmente
totalitaria del mondo.

Pier Paolo Pasolini

Non vi nego che sono molto stanco; molto.

Ho sempre detto che il primo confine che una donna, o un uomo, deve attraversare (in teatro questo si manifesta come qualcosa di fisico ed ineluttabile) è il confine tra il se ed il se.

Quel confine simile alla pelle che separa lo spazio pubblico di se dallo spazio intimo, privato se lo si vuole come tale, lo spazio casa.

Uno di questi due spazi in cui vivo, in cui sono vivo potrei dire, ha voglia dit ranquillità, pacatezza, buona musica, libri, pennellate, caffè fortissimi, rilfessioni appunti; una parte di me, posso ammetterlo perchè è un diritto di cui ho imparato a non vergognarmi, ha voglia di tranquillità. Non stabilità, non la sento mia, ma tranquillità.

L’altra parte ha voglia di una azione oltre il limite, oltre i modi convenuti, oltre ciò che è ritenuto opportuno, oltre l’intelletto, una azione oltre.

Questo sentimento mi nasce ogni qualvolta mi sento impotente come risposta alternativa alla depressione.

So, in qualche parte di me, che se agisco non mi deprimo. Soprattutto quando non conosco l’azione che dovrei compiere.

In questi giorni mi risale alla gola la voglia di agire che ha tinteggiato tutta la mia adolescenza, ed ogni qualvolta nella mia vita, mi sia sentito adolescente.

Quando non sono nella mia intimità mi sento solo e spaesato; non esistono valori in questo mondo che sento di condividere.

Mi fa ribrezzo una parte della comunità umana a cui appartengo, per il pensiero che viene espresso; mi fa ribrezzo l’altra parte di questa stessa comunità unama, a cui appartengo forse ancora di più, perchè ha smesso il naturale uso dell’incazzarsi davanti a certe manifestazioni di pensieri rettali.

Quindi, di conseguenza, per legittimità, non posso fare a meno che provare ribrezzo anche per me.

Per questa voglia di agire che non si esprime, perchè per sua pulsione supererebbe quella soglia da me stesso messa a me stesso, che ciamo non violenza.

Si. La natura del sentimento che provo, è violento, purtroppo.

L’equilibrio, che mi consente ancora di tracciare un limite morale tra ciò che ritengo assomigliarmi e ciò che mi snaturerebbe, è dovuto alla mia intimità.

La mia intimità pacifica, in questo momento, si equilibria con la mia esteriorità violenta.

Questo baricentro, però, sta ondeggianto, sta dondolando, sta scivolando altrove. Sta entrandomi dentro.

La rabbia sta infilandosi in corpo. Anche nelle pagine dei libri, nei miei appunti sul sacro, sul requiem, nell’Apologia che sto rileggendo, nei Minima Moralia che sto riscoprendo, trovo…cerco…tracce conforto per questa mia rabbia violenta.

Cerco non volendo, cerco spontaneamnente, la mia natura più che io stesso cerca, giustificazione.

Giustificazione che possa portare a cambiare gli equilibri. Giustificazione per una azione che per adesso reputo ingiustificabile.

Sono tra quelli che, in questi giorni, invoco Resistenza.

Ci sarebbe bisogno di nuovi Partigiani.

Ci sarebbe bisogno, con l’esempio, di tornare a rendere la questione sociale una questione privata o la questione privata una questione sociale.

Mescolare la vita di uomo con la vita degli uomini.

Che giustifiazione trovarono i partigiani della resistenza italiana; in quale polenta di castagne, in quale bicicletta, in quale grumo di sangue, in quale inno, in quale parola monca, in quale passo biblico, in quale libretto rosso trovarono la loro giustificazione armata.

Non sono ancora pronto, però. Io non lo sono ancora.

Per mia fortuna cerco ancora giustificazioni.

Non so se sperare che questa dittatura finisca, o che diventi più evidente.

Da una parte saremmo sereni, dall’altra molti di noi troverebbero i loro motivi d’azione.

Si, perchè questo pezzo del 1963, mi suona in mente da stamani.

Me lo suono quindi, e ve lo do da rileggere.

Cara Maestra

Cara maestra, un giorno m’insegnavi
che a questo mondo noi, noi siamo tutti uguali;
ma quando entrava in classe il Direttore
tu ci facevi alzare tutti in piedi,
e quando entrava in classe il bidello
ci permettevi di restar seduti…

Mio buon curato, dicevi che la chiesa
è la casa dei poveri, della povera gente;
però hai rivestito la tua chiesa
di tende d’oro e marmi colorati;
come può adesso un povero che entra
sentirsi come fosse a casa sua?…

Egregio sindaco, m’hanno detto che un giorno
tu gridavi alla gente: Vincere o morire!
Ora vorrei sapere come mai
vinto non hai eppure non sei morto,
e al posto tuo è morta tanta gente
che non voleva né vincere né morire…

Emerito, si, emerito…

ottobre 30, 2008



Emerito, si, emerito…, inserito originariamente da Francesco Chiantese.

/”Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno.
In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perchè pensi a
cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente
ferito… Lasciarli fare (gli universitari, ndr). Ritirare le forze di
Polizia dalle strade e dalle Università, infiltrare il movimento con
agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di
giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e
mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso
popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello
delle auto di Polizia e Carabinieri. Nel senso che le forze dell’ordine
non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli,
che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma
picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto
i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì…
questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi
l’incendio”.
/
Intervista a Francesco Cossiga. Presidente emerito della Repubblica
Italiana e senatore a vita pubblicata su QN del 23/10/2008 di /Andrea
Cangini
/

Eresia

ottobre 21, 2008



Eresia, inserito originariamente da Francesco Chiantese.

Tutti sanno che non bisogna guardare diritto una fonte di luce.
Di tanto in tanto, però, occorre distrarsi anche da ciò che la luce
illumina.
Concentrarsi su quello che la luce nasconde.
Anche da qui nasce la santa eresia.

Abbandono

ottobre 20, 2008



Abbandono, inserito originariamente da Francesco Chiantese.

Ritorna in questi giorni, in mente e poersistente, la voglia di
occuparmi del senso di abbandono.
Ma l’abbandono, questa volta, mi ha spinto ad occuparmi del vuoto.
Il vuoto, non come spazio da agire, da regista, da attore, ma il vuoto
come presenza quotidiana nella vita di ciascuno.
Un vuoto non necessariamente assenza, ma piuttosto presenza, motore
delle cose.
Così, questa volta per strade diverse, la voglia di occuparmi di
abbandono mi spinge verso il sacro.
Da bambino mi insegnarono che il silenzio, il vuoto più consistente con
cui ci confrontiamo, inveitabilmente, è presenza di dio.
Del divino direi adesso.
Abbandono, vuoto, silenzio, divino.
Quasi un cerchio.

ci sarebbe bisogno

ottobre 20, 2008

“Il berasgliere ha molte penne

l’alpino ne ha una sola

il partigiano non ne ha nessuna

e va sui monti a guerreggiare…”

Il ciclo vegetativo

ottobre 17, 2008

Mentre solcavo coi piedi trascinati e stanchi, la vigna in cui ho scelto di passare, al lavoro, questi ultimi tempi mi sono accorto di una vite con delle foglie rossissime, trasparenti, non potevo fare a meno di fermarmi un attimo a guardare.

Neppure potevo fare a meno di osservare ad alta voce: che bella!

“E’ inutile, quella pianta, è inutile” mi dice il responsabile della Vigna; mi sono fermato un secondo di più, risentito.

Perchè è inutile?

“Perchè ha completato il ciclo vegetativo, troppo presto, senza dare il tempo al grappolo di maturare” ha risposto Michele.

Senza dare il tempo al grappolo di maturare; troppo presto.

Si può imparare molto anche da una vigna.

Anche le pubblicità.

giugno 2, 2008

Cerca di non pensare che sia una pubblicità.

Distraiti.

Ma guarda che bello.

Parole non mie

maggio 30, 2008

Una manciata di parole non mie, ma migliori delle mie, per descrivere un tempo-pensiero che è la mia quotidianeità, ma che per molti dev’essere considerato un passato, un passato recente, ma un passato.

“Prima, vennero a prendere i comunisti, e non dissi nulla perché non ero comunista. Poi, portarono via gli ebrei, e rimasi in silenzio perché non ero ebreo. Dopo, arrestarono i sindacalisti, ma tenni la bocca chiusa perché non ero sindacalista. Alla fine, vennero a prendere me, ma non c’era più nessuno che potesse dire qualcosa.”

« First they came for the Communists, and I didn’t speak up, because I wasn’t a Communist. Then they came for the Jews, and I didn’t speak up, because I wasn’t a Jew. Then they came for the Catholics, and I didn’t speak up, because I was a Protestant. Then they came for me, and by that time there was no one left to speak up for me. »

Martin Niemoeller
(1945)

“Dimenticare significa perdere l’eredità di una lotta che è ancora inconclusa. Non dimenticare obbliga a comprendere, a smascherare, a continuare quella lotta. Per combattere questo nuovo fascismo non ci saranno i vostri nonni, o i padri dei vostri nonni. Affrontarlo toccherà a voi”

PARTIGIANO “FOCO”

«Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri».

Don Milani